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iraklia [ urla, viaggi, visioni e un sorriso per andare avanti ]
 



13 gennaio 2004



Per leggere i post di aprile, andate in fondo alla pagina e cliccate sul mese precedente finché non arrivate, per l'appunto, ad aprile. (misteri de IlCannocchiale).
Vi ribacio e a presto (a prestissimo!)




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21 maggio 2003


Mi fermo qui


Mi fermo qui. Per vari motivi. Tra tutti il bisogno di incanalare quanta più energia possibile negli ultimi due mesi di praticantato. Il rush finale! Non che questo blog mi porti via troppo tempo. È che sento la necessità di sedare un po’ il mio spirito su questo argomento. Ogni volta che inserisco una foto o un commento vengo travolto dalla voglia di partire, tornare là. Mi mancano tremendamente quei posti. Mi manca poter veder in prima persona cosa sta succedendo.
Leggo in Babilonia di Pinoscaccia:
“un giornalista deve accostarsi alle emozioni dell'animo umano nel modo più delicato possibile, e trasmettere piuttosto gli strumenti per capire i fatti, a volte in poche decine di secondi. Comunica il dolore altrui e di questo partecipa per trasmetterlo ad altri, non per placare il proprio. Forse è anche per questo che il coinquilino del corpo del giornalista, l'uomo, talvolta cerca un vaso con un fiore nel mezzo di un paese in guerra. Può perfino starsene seduto a guardare la luna di Khost e pensare a sè, visitare Babilonia o piangere per la morte di un bambino. Perché il giornalista è andato a dormire dopo una giornata di lavoro, ma per l'uomo sveglio sotto la luna è tutto un altro discorso. Valeria”.
È esattamente così. In questo momento, però, io devo essere innanzitutto un giornalista di marketing, mentre la mia mente vaga per tutti altri lidi...
Spero che tutti quelli che hanno letto questo blog si siano avvicinati un po’ di più a quella terra così martoriata.
I blog sono proprio una gran cosa. A chi vuole rimanere aggiornato sulla situazione israelo-palestinese, consiglio vivamente di seguire da vicino il blog di Gianna, che sta facendo un lavoro davvero importante. A lei riporterò le voci che continueranno ad arrivarmi da laggiù. E chi vuole avere notizie su quei popoli sofferenti dei quali tanto poco si parla sui canali tradizionali legga sempre IlMonello di Daniela, bravissima. Per avere racconti in diretta da quei posti, segua Pino Scaccia nel suo lavoro: davvero un maestro nel narrare ciò che vede, nel trasmettere le emozioni, nello scoprire e dipingere lo spaccato di un paese anche da piccole storie. Che diventano la storia. Come quell’incredibile racconto della nipote di Saddam.
Infine, per chi è semplicemente affamato di notizie stia in contatto con Laura! Sta’ grintosissima giornalara vi condurrà per mano nelle sue ricerche di notizie più disparate, facendovi scoprire anche tante iniziative che vale proprio la pena di conoscere. Non gliel’ho mai detto... ma indirettamente è stata lei a trasmettermi la forza e quel pizzico di incoscienza per aprire questo diario.

Tengo per me tante foto... gli occhi di Meri che guardano lontano, la tensione di Flavia mentre telefona per avere notizie di Hani a Netzarim, Akram che gioca con due bimbi a Rafah, Samy dentro la sua università, i volti sorridenti di Eyad, Samed e gli altri deportati della Basilica della Natività sulla spiaggia di Gaza. Persone che, vi assicuro, con il folle fondamentalismo integralista e suicida e assassino non hanno nulla a che fare. Nulla.
L’amarezza di leggere tra le notizie che “un palestinese ha sparato su un pullman di coloni presso Netzarim” e non leggere praticamente mai dei tanti palestinesi feriti da pallottole israeliane quando percorrono quella strettoria. Tengo per me anche la foto dell’ambulanza con la mezza luna rossa che se li porta via.
Tra qualche mese ripartirò per uno dei tanti posti al mondo che voglio vedere da vicino e ne sarete tutti al corrente (se vorrete...)! Per ora vi saluto lasciandovi questa foto. Una bimba di Rafah che torna a casa dopo la scuola. Pensierosa, col capo leggermente rivolto a terra e gli occhi malinconici. Deve indossare il velo davvero da poco tempo. Avrà circa undici anni. Quel velo non rappresenta per lei una costrizione, non è privazione di libertà. È solamente una delle tante emanazioni della sua cultura e della sua storia. Una delle tante cose preziose che sempre più spesso vengono confuse, prese come pretesto e insozzate dal concetto di morte. Anche dalla sua stessa gente.

Quattro raccomandazioni: leggete sempre quanto più possibile, NON votate Berlusconi, usiamo le biciclette cazzo!, e cantiamo un po’ di più.
A proposito... per chi se lo fosse chiesto: Iraklia è un posto splendido dove non esistono armi, soldati, ladri e tribunali. A chiunque capitasse di andarci chiedo solo di averne rispetto. Per i suoi abitanti, per la natura che ancora vi regna, per me che ne sono innamorato.
Chiudo con le stesse parole di Woody Allen con cui avevo aperto questo blog. Il finale di Io e Annie:


“Frattanto si era fatto tardi e tutt'e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba - stupenda - e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c'è quel tizio che va dallo psichiatra e gli fa: "Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d'essere una gallina." E allora il dottore gli dice: "Ma perché non lo rinchiude in manicomio?" E quel tale gli risponde: "Già! Ma poi dopo, l'uovo fresco, a me chi me lo fa?".
Insomma, mi pare ch'è proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e… ma… mi sa tanto che li sopportiamo perché, hm… tutti quanti… più o meno ne abbiamo bisogno, come dell'uovo fresco”.

baci a tutti
Michele




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21 maggio 2003


Estate

Estate
Sei calda come i baci che ho perduto
Sei piena di un amore che è passato
Che il cuore mio vorrebbe cancellare

Estate
Il sole che ogni giorno ci scaldava
Che splendidi tramonti dipingeva
Adesso brucia solo con furore

Tornerà un altro inverno
Cadranno mille pètali di rose
La neve coprirà tutte le cose
E forse un po' di pace tornerà

Estate
Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore
L' estate che ha creato il nostro amore
Per farmi poi morire di dolore

Estate




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19 maggio 2003


Rafah, campo profughi. Miliziano palestinese




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19 maggio 2003


Gaza. Università, aprile 2003




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19 maggio 2003


Khan Yunis. aprile 2003




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19 maggio 2003


Meglio un destino sfuocato

Questa foto necessita di qualche parola di spiegazione. Non è per niente una bella immagine, anzi... avrei avuto bisogno di un macro o magari qualche secondo in più per immortalare meglio. O forse... solo un po’ di sangue freddo in più.
Ma è un’immagine importante, almeno per i palestinesi che abitano a Rafah.
Si tratta della pagina di un album militare di foto aeree di Rafah. È stato perso da soldati israeliani durante un’incursione nel campo profughi di Rafah lo scorso aprile e raccolto subito durante i combattimenti da ragazzi palestinesi che mi hanno concesso di fotografarlo.
Ogni singolo edificio del paese, dalla più piccola catapecchia al grande caseggiato, è segnato da un numero ed evidenziato con un colore: verde, giallo o rosso.
Il momento in cui ho scattato questa foto era carico di tensione e concitazione tutt’attorno. Ma da quel che ho capito, questo album è come un palla di cristallo che non sbaglia: ci si può vedere il futuro delle famiglie di Rafah. Quelle che molto a breve non avranno più una casa e quelle che per ancora un po’ di tempo possono godere di un tetto sopra la testa.
Ci ho pensato un po’ prima di pubblicare questa fotografia. E quando ho capito che non avrei messo nei guai nessuno, a parte magari il sottoscritto, mi sono deciso. Spero solo che il destino di questa gente non sia così a fuoco, deciso, netto come verrebbe da pensare guardando quell’album. Ma un po’ più incerto, sfuocato... proprio come questa foto.

Michele de Gennaro




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16 maggio 2003


Khan Yunis. Campo profughi




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16 maggio 2003


Gaza. Cortile dell'università Al Azhar




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16 maggio 2003


Per le vie di Khan Yunis. aprile 2003




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16 maggio 2003


Rafah. Bimba in una barricata palestinese




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16 maggio 2003


In pullman tra Betlemme ed Hebron




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16 maggio 2003


Rafah. Uscita dalle scuole




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16 maggio 2003


Rafah. Uscita dalle scuole




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16 maggio 2003


Rafah. Campo profughi




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16 maggio 2003


Khan Yunis. Campo profughi, aprile 2003




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16 maggio 2003


Gaza. Università, 30 aprile 2003




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16 maggio 2003


Hebron. Campo profughi Arroub, 26 aprile 2003




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16 maggio 2003


Contratto per Karelias

Sulla pelle ti ho tatuata
come un crotalo per farmi ricordar
dell’aspide nel cuore
che mi succhia succhia la tua crudeltà
ora non sento più dolore
non c’è niente niente c’è più da succhiar

gli anni buoni che ti ho dato
niente ormai me li può fare ritornar
oltre agli occhi ti ho lasciato
una casa di tre piani e il mio divano
ma non importa che ho perduto
ora vado più leggero e senza aiuto

da Salonicco a Kalamata
da dieci giorni mi divora la ferrata
nella spezia della sera
dal Bosforo d’argento fino a Izmir
bevo rakja rakja vieni
a consolarmi dalla pena e dal dolor

prenderò questa discesa
senza più fermarmi ancora dietro a te
se consumavo come cera
ora è la brace che consuma anche per me
ho un contratto per Karelias
e fuma fuma l’illusione e fumo anch'io...

cala la luna e io non spero
l’illusione è lusso della gioventù
cala la luna e io non spero
l’illusione è lusso della gioventù




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15 maggio 2003


Campo profughi di Rafah. aprile 2003




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15 maggio 2003


Check point di Al Maxum - Betlemme. aprile 2003




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15 maggio 2003


Asilo di Khan Yunis, aprile 2003






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10 maggio 2003


PACIFISTI SEMPRE PIU' SGRADITI

Dal blog di Gianna, http://refusniks.splinder.it:
NON TUTTI POSSONO SFIDARE UN BULLDOZER
MA TUTTI POSSONO ALZARE LA VOCE
PER PROTEGGERE QUELLI CHE LO FANNO

Gila Svirsky, di International Solidarity Movement:

«Cari amici,
per poter mantenere l'occupazione nei Territori palestinesi, il governo israeliano deve costantemente combattere su due fronti: la resistenza palestinese e l'opinione pubblica mondiale. Il raid di oggi negli uffici degli attivisti che si battono per i diritti umani, si tradurrà in un'altra battaglia persa sul fronte dell'opinione pubblica. E ciò meritatamente!
Nell'azione di oggi (....... salto la cronaca, vedi post precedente......).........
C'è da meravigliarsi se l'esercito israeliano non vuole che queste persone restino nei Territori? Essi cercano di interferire con le azioni dell'esercito che violano le leggi sui diritti umani e - anche se non possono prevenirli - sono testimoni dei crimini. Arrestarli ed espellerli è uno sforzo volto a nascondere quello che i militari fanno e che non vogliono che sia visto e testimoniato.
Qui in Israele, stiamo cercando di fornire il supporto legale.
Ti chiediamo di dire ai leaders eletti che l'opinione pubblica mondiale non tollererà il fatto che i testimoni siano ridotti al silenzio e la deportazione di chi lavora per i diritti umani.


Non tutti possono sfidare un bulldozer, ma TUTTI possono alzare la voce per proteggere quelli che lo fanno.
Gila Svirsky - Gerusalemme»

Seguono gli indirizzi email e fax dove indirizzare le lettere di protesta: basta una sola riga!

Interior Minister Avraham Poraz: sar@moin.gov.il
Foreign Minister Silvan Shalom: sar@mofa.gov.il
UN Secretary General Kofi Annan: ecu@un.org
UN Special Emissary Terje Larsen: unsco@palnet.com

FAX A:

George W. Bush, 001-202- 456-2461
Colin Powell, 001-202-261-8577




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10 maggio 2003


Per Kato

La voglia di immagini è tanta. Voglio le foto. Mi viene in mente un articolo letto mesi fa su Internazionale (6/12/02). Avrei voluto vedere delle immagini anche lì. Mica è sfiducia... è solo un ulteriore riscontro. Magari pure più interessante.
Questo lo strillo di copertina: "AFFARI DI FAMIGLIA Nel gruppo Carlyle si incontrano i Bush e i fratelli bin Laden. Ma nessuno ne parla". Per i particolari cercare in archivio del sito... io, un lo trovo. Comunque da quattro fogli di carta così interpreto:
sta multinazionale tra consiglio di amministrazione, associati e clienti può comporre un mazzo di carte che a quello di GiorgioDabbliuBbush di questi giorni gli fa un pippa. Anche perché con binLaden faceva la parte del jolly.... oh, ce ne sono sempre due in un mazzo!
"Gli interessi del gruppo: carta, metallurgia, armi, editoria, impianti termici...
...attivamente presente anche in Europa. Così in Italia: Carlyle nel 2000 ha acquisito il 50% di Riello, produttrice a livello mondiale di caldaie e impianti di riscaldamento. Nel 2001 Letizia Moratti, oggi ministro dell'istruzione, ha fatto parte dell'advisor board di Carlyle Europe, di cui è membro anche Chicco Testa, presidente della società romana Sta".


E oggi, sempre da Internazionale, leggo questo articolo:

da Business Week del 12-05-2003
Multinazionali
Carlyle entra in Europa
A causa dei suoi rapporti privilegiati con la Casa Bianca e dei suoi grossi investimenti nell’industria della difesa, il gruppo Carlyle è diventato l’obiettivo di molte proteste dei pacifisti. Già dopo gli attentati dell’11 settembre alcune inchieste avevano reso nota la curiosa composizione del consiglio di amministrazione della compagnia, in cui sedevano alcuni membri delle famiglie Bush e bin Laden, divise da religione e ideali ma unite dal fiuto per gli affari e dall’amore per i conti in banca.

La guerra in Iraq ha aumentato la “notorietà” del gruppo nel movimento pacifista. Nessuna sorpresa dunque quando, il 7 aprile, la polizia ha arrestato un centinaio di persone che cercavano di bloccare l’entrata degli uffici della Carlyle a New York. Negli Stati Uniti il tam tam del movimento ha funzionato. In Europa un po’ meno.

Proprio il 7 aprile la Carlyle ha infatti annunciato l’acquisizione per 1,76 miliardi di dollari della FiatAvio, l’unità aerospaziale dell’italiana Fiat, senza che nessuno puntasse il dito contro il maggior affare mai concluso dalla compagnia fuori dagli Stati Uniti. La Carlyle non vuole allargarsi troppo sul mercato europeo ma intanto ha messo piede, e saldamente, nel vecchio continente nonostante il suo chiacchierato gruppo dirigente.


non è sfiducia...è che convincerebbe di più gli scettici...no?
....è solo voglia di foto.
Michele




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8 maggio 2003


DEPORTATI PALESTINESI DELLA CHIESA DELLA NATIVITA'

I palestinesi che ho conosciuto a Gaza le scorse settimane hanno organizzato delle iniziative per manifestare contro la loro attuale condizione di reclusi. Ecco il comunicato:

Gaza 7 maggio 2003

Il nostro viaggio di sofferenza inizio' lo stesso giorno che le forze di
occupazione israeliana invasero la citta' di Betlemme il 1 Aprile del 2002,
iniziando un intensivo bombardamento delle case palestinesi e delle
istituzioni nella citta' di Gesu' Cristo. Nello stesso tempo la leadership
palestinese fu messa sotto assedio e molte altre citta', villaggi e campi
profughi furono attaccati. Questa aggressione non ostacolo' i nostri sforzi
e la determinazione a difendere la nostra citta'.
In seguito a questo sanguinoso attentato, ci rifugiammo nella Chiesa della
Nativita', nella quale le truppe israeliane imposero un duro assedio,
negandoci acqua, soccorso e cibo, costringendoci a mangiare l'erba.

10 ostaggi furono ammazzati, inclusi due monaci, uno di loro era il
campanaro, e altri 27 furono feriti. Alcune delle vittime morirono
dissanguate a causa del blocco israeliano che negava l'accesso per il
soccorso alle ambulanze e ai medici.

Durante questa crudele sofferenza nessun aiuto venne dato da parte di alcun
partito e cominciammo a domandarci che ruolo avesse la comunita'
internazionale; diritti umani, e disinteresse verso i luoghi santi
specialmente la Chiesa della Nativita'.

Basati sulla nostra forte credenza e fede, il nostro diritto a liberare la
nostra terra e a difendere i nostri posti sacri, ci siamo sentiti
determinati a non soccombere all'occupazione israeliana e per questo,
fronteggiammo l'assedio israeliano della chiesa per 40 giorni con
l'esperienza della morte dei nostri fratelli che sanguinavano sotto ai
nostri occhi.
Il governo di Sharon presso' la leadership palestinese la quale si
sottomise alla richiesta israeliana di espellere 13 ostaggi nei paesi
europei e altri 26 nella Striscia di Gaza.

Noi, i deportati palestinesi della Chiesa della Nativita' chiediamo:
1. Alla Comunita' internazionale di prendersi le proprie responsabilita'
per mettere fine alla nostra sofferenza assicurandoci un ritorno nella
nostra citta' natale di Betlemme.

2. Alla nuova nomina del Governo Palestinese e del Consiglio Legislativo di
discutere la politica di deportazione, cosi come il problema dei
prigionieri e trovare una soluzione a questi seri problemi.

3. Alla Croce Rossa internazionale di aiutare a risolvere il nostro
problema e riportare tutti i deportati nelle loro case.

4. La partecipazione di tutte le forze religiose e nazionali e radunarsi in
un sit-in che si terra' ill 10 maggio 2003 all'Ufficio della Croce Rossa a
Gaza per protestare sulla politica di deportazione di Israele.

5. di partecipare al "Return rally" che avra' inizio domenica 11 Maggio
2003 alle ore 10.00. La marcia partira' da Hamouda gas station, Salaha
Eldin road, fino al check point di Beit Hanoun - Gaza Strip


Comunicato di Tactical Media Crew - www.tmcrew.org -




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3 maggio 2003


Salamaleikum

GERUSALEMME - Tra qualche ora, dopo il consueto estenuante interrogatorio, prendero' il volo che mi condurra' in Italia. Ritorno al mio praticantato e ai miei soliti sogni strani. Che non scivolano via nemmeno con la luce del giorno.
Ho vissuto giornate intense che ricordero' a lungo. Ancor piu' delle altre volte perche', grazie alla scoperta dello strumento blog, ho avuto l'opportunita' di comunicare quotidianamente cio' che vedevo e la condizione in cui questa gente e' costretta a vivere. Spero di esserci riuscito almeno un po'.
Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno letto, seguito, incoraggiato, criticato. Meravigliosi davvero, tutti. Una volta a casa, il tempo di sviluppare e stampare, e poi inseriro' le fotografie. Chi vorra' ripassare da queste parti vedra' anche le immagini.
Ci tengo anche a ringraziare tutti gli italiani che qui ho conosciuto che mi hanno aiutato tantissimo. E tutti i palestinesi che mi hanno aperto le porte della loro vita e alcuni anche delle loro famiglie.
Come ha scritto Daniela, lascio una parte di me in questa terra, e porto parte di lei con me. Parole angoscianti, come quei "tanto non ho piu' niente da perdere" che troppe persone mi hanno detto.
Mi porto via tanti sguardi di dolore. Gli occhi allucinati di un uomo tra le mura inesistenti di quella che era la sua casa; quelli terrorizzati di una bimba che rimangono tali anche tra le braccia della madre. E quelli di Akram che, alla sesta ora di attesa al check point, si sono riempiti di lacrime che lui ha trattenuto e sciolto in uno dei suoi indimenticabili e dolcissimi sorrisi. Caro Akram, palestinese tanto grande e grosso quanto buono. Spero con tutto il mio cuore che tu possa al piu' presto percorrere quei pochi chilometri che separano Gaza da Khan Younis in totale liberta'. Sfrecciando con la tua Skoda e il vento del mare tra i capelli. Senza dover rischiare piu' la tua vita.
Michele




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2 maggio 2003


Jerusalem in my earth

GERUSALEMME - Stamane mi sono svegliato di cattivo umore. Vorrei essere a Gaza, oggi che si tengono i funerali delle 15 vittime di ieri. Inoltre e' arrivata anche la notizia che lo sciopero termina oggi... confesso che non mi sarebbe dispiaciuto rimanere qui qualche altro giorno in piu' per "cause di forza maggiore". Ma domenica ritorno in Italia.
Mi sono tuffato nel mercato della citta' vecchia. Ho comprato due cd di Fayruz, la Mina della Palestina, "The best of" e "Jerusalem in my earth". Originali, incelofonati, alta fedelta'... li ho pagati 28 shekel, poco meno di 6 euro.
Ho trascorso gran parte del pomeriggio in una delle caffetterie piu' antiche di Gerusalemme, nella zona est, subito fuori dalle mura della citta' vecchia. Non c'e' luogo migliore per rilassarsi. Purtroppo vi possono accedere solo gli uomini. L'ambiente si sviluppa in lunghezza, un corridoio con due file di tavoli e sedie, piastrelle bianche e nere alle pareti, grandi pale che volteggiano appese al soffitto. La luce del sole filtra da piccole finestrelle che si aprono sulla parte alta di una delle due pareti lunghe. In fondo alla sala un antico bancone color bronzo, con alle spalle una grande specchio e due mensole su cui poggiano decine di narghile'. Qui si fuma, si legge, si beve (caffe' o te) e si gioca. Carte e backgammon. La clientela ha un'eta' media piuttosto elevata. Dopo un po' che guardo i miei vicini giocare a backgammon mi invitano per una partita. Gioco bene e il mio avversario sbuffa... i dadi non l'aiutano. A un certo punto il suo vicino sorride sotto i folti baffi. La partita per il suo amico e' ormai segnata. Vinco. Si cambiano di posto. Il mio nuovo avversario gioca bene e molto velocemente... e mi mette fretta. Parte subito all'attacco. In breve soccombo. Ho capito un po' la sua tattica. Iniziamo una nuova partita che stavolta affronto giocando in back. Lo aspetto in difesa. Il match dura piu' a lungo ma alla fine vinco. La bella: e' sua. Complessivamente Italia-Palestina 2 a 2. Saluto, salamaleikum, scambio di sorrisi e me ne vado soddisfatto. Chissa' quante ne hanno viste quegli uomini, penso uscendo. Anni addietro, nella zona est, c'erano combattimenti quasi tutti i giorni. Ora regna una pace fittizia. Fatta di accordi e disaccordi. Di sguardi lanciati come fossero pietre. E mantenuta con la forza. E con un muro, anche qui.
Mi dirigo al Santo Sepolcro. Nella moschea di Omar, di fronte, molti musulmani in preghiera, scalzi. Entro nella chiesa. Ci sono due funzioni in corso, quella dei francescani e quella degli armeni. Le processioni si alternano negli spazi sacri con sincronia millenaria. Sto nel mezzo. L'organo suona. Da entrambe le parti incenso, cori, preghiere, gesti. Diversi. Ma negli ampi spazi del Santo Sepolcro si fondono formando un'unica intensa melodia che cattura lo spirito. Jerusalem in my earth...
MIchele




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1 maggio 2003


Inferno senza pallottole

GERUSALEMME - Ieri notte mi sono addormentato molto tardi. E la notte di Gaza era accompagnata dal sinistro rumore degli elicotteri in volo. Come quasi tutte le sere, a un certo punto e' andata via anche la luce. Mi sveglio molto presto e il rumore e' ancora li'. Dal terrazzo guardo il cielo in ogni direzione, ma nulla. Scendo in strada ed entro in una caffetteria. Mi dicono che ci sono combattimenti in corso a Beitlahia, quartiere-villaggio nella periferia est di Gaza City. Controllo quanti rullini ho appresso, studio sulla cartina il percorso piu' semplice e salgo in macchina.
Ma solo piu' tardi ho saputo che l'inferno si stava scatenando da tutt'altra parte. A Sajayia, un altro quartiere di periferia. L'esercito vi e' entrato con tank e caterpillar supportati da elicotteri. Dopo una breve quanto inefficace resistenza di combattenti palestinesi e' avvenuta una vera e propria mattanza, 11 morti (ma da quel che ho capito il conto e' destinato a salire) tra i quali, come al solito, anche bambini.
Giorno dopo giorno sono sempre piu' convinto di voler fare questo mestiere e penso di aver dimostrato a me stesso di averne anche il coraggio. Ma oggi ho capito che devo ancora imparare. Un salto o una telefonata alla sede di Al-Jazeera a Gaza mi avrebbero garantito informazioni piu' sicure. Ho sbagliato.
Ma a Beitlahia non ero mai stato. E in qualche modo sono comunque cresciuto. E' il posto dove un occidentale, da solo, non dovrebbe mai trovarsi. Nelle strade niente asfalto, solo sabbia. Gli edifici sono fatiscenti. I volti delle persone tremendamente segnati dall'odio. Qui - mi spiegano poi - neanche l'autorita' palestinese ha potere. E' una delle roccaforti della Jihad. E sui muri delle case, infatti, non vedo nessuna foto di Arafat o simboli dell'autonomia come nel resto della striscia. Solo immagini di martiri e le cupe bandiere nere con scritte musulmane, stendardo della Jihad.
Per le strade molti gruppi di bambini. Sono in condizioni miserrime: sporchi, indossano vestiti bucati, stracciati, e i piu' sono scalzi. Passo in mezzo a questo nonvivere come un fantasma, perche' tutti guardano il cielo. Hanno il terrore che quel sinistro rumore sia per loro. Per la prima volta da quando sono qui non scatto foto. Non me la sento. Riesco solo a guardare, quasi ipnotizzato, uno scenario che non avevo mai visto.
Scrivo da Gerusalemme dove sono arrivato da poco. In Israele da due giorni c'e' uno sciopero generale che sta bloccando il paese: banche, uffici statali, scuole sono chiusi. E lo sciopero continua, pare, addirittura fino a martedi' prossimo. Il paese versa in una crisi economica molto preoccupante (fuori da questi confini non viene molto sottolineato...). L'inflazione viaggia a ritmi vertiginosi e la gente fa la fila agli sportelli bancomat per ritirare liquidi. Lo sforzo finanziario per mantenere questo stato militare va tutto a discapito dei servizi ai cittadini e dei loro portafogli. E sembrano essersene accorti. E tra i vari scioperi c'e' anche quello di tutti gli addetti aeroportuali. Per questo sono corso qui: domani e' l'unico giorno utile per cercare di farmi spostare il volo di domenica ad Ammam, in Giordania, per ritornare in Italia .
E in tutto questo non mi sono ancora reso conto di aver lasciato la striscia di Gaza e i suoi sofferenti abitanti. Ai quali ormai sono affezionato.
Michele




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1 maggio 2003


Libri e occhi

GAZA – Ci sarebbe tanto da scrivere sulla violenza di queste ultime ore. Come prima cosa devo specificare che la persona uccisa ieri a Khan Younis dal missile non apparteneva alle file di Hamas né alle brigate di Al-Aqsa bensì al fronte popolare palestinese (considerato ormai anch’esso fuorilegge dal governo Sharon) ed era un professore di 35 anni. E che oltre a lui è morto un altro uomo che era nelle immediate vicinanze del bersaglio. Oltre a loro e alle due donne nei campi, ieri sono state uccise da fuoco isrealiano altre due persone a Jenin.
L’attentato in un bar sul lungomare di Tel Aviv, che è costato la vita a 3 persone e il ferimento di decine di altri giovani, è stato rivendicato da Hamas, che nel suo comunicato si è rivolto sia al governo israeliano sia a quello di Abu Mazen. Come avevo scritto un paio di giorni fa, i cambiamenti che quest’ultimo, su suggerimento di americani e israeliani, vuole effettuare in Palestina non sono per niente ben accetti da gran parte della popolazione. Soprattutto qui, nella striscia di Gaza.
Nel mio piccolo ho avuto fortuna. Ieri non mi sono recato a Rafah come ipotizzato in un primo tempo per timore di rimanere bloccato là anche oggi e non riuscire a presentarmi all’appuntamento che stamattina avevo con Samy. E infatti non ce l’avrei fatta: il check point tra Gaza e Khan Younis è rimasto sigillato per tutta la giornata. E ci tenevo a esserci.
Come promesso una settimana fa, Samy mi ha portato dentro a due delle tre università di Gaza: El-Aqsa, dove si studia arte e giornalismo e dove Samy è iscritto, ed El Azhar, che comprende tutte le facoltà scientifiche e linguistiche. In quella islamica, mi dicono, non vale nemmeno la pena tentarci. Off limit per me.
Mentre quella islamica è nettamente divisa in una parte maschile e in una femminile, queste due, mi dice Samy, sono miste. Per quanto riguarda El-Aqsa, però, è un concetto di misto alquanto bizzarro: un giorno ci vanno gli uomini e un giorno ci vanno le donne. El Azhar, invece, divide per sesso solo le aule di studio e quelle in cui si tengono le lezioni. Spazi come le tre caffetterie, i corridoi, i cortili e i giardini qui sono veramente comuni a tutti.
Comunque, entrare in entrambe non è stato facile. Tra gli studenti e i docenti ci sono molti appartenenti alle file di Hamas e il timore di infiltrati, collaborazionisti e spie israeliane varie è alto. Figuriamoci di uno che gira scattando foto in continuazione.
La trafila burocratica per ottenere il permesso di aggirarmi libero per gli ambienti accademici è infatti molto lunga. Ma mi dà anche modo di parlare con nuove persone. Nell’istituto di Samy, andiamo prima dal coordinatore delle attività studentesche: è simpatico, ha studiato arte e vorrebbe fare un periodo di perfezionamento in qualche accademia italiana, la “patria dell’arte” come dice lui. Mi fa anche vedere suoi dipinti, bozzetti e sculture. Dalla maggior parte emerge il tema della drammatica situazione del popolo palestinese, molti fanno riferimento ai bambini uccisi come fossero obiettivi militari e altri ai check point dove neanche le mamme che stanno per partorire possono passare.
Un ragazzo che divide con lui l’ufficio tira fuori una specie di chitarra, l’hud: si mette a suonare e cantare. Battiamo le mani a ritmo. C’è una gran bella atmosfera.
Dopo un paio di telefonate, mi dice che prima di rilasciarmi il permesso il direttore della facoltà di giornalismo ha chiesto di parlarmi. Inizio un po’ a preoccuparmi… Andiamo ai piani alti dell’università, uffici grandi con poltrone in pelle, segretarie e un gran panorama di Gaza. Il direttore è gentile. Lui e un suo assistente vogliono vedere il mio tesserino, mi domandano cosa ne penso dell’attuale situazione politica isrealiana, palestinese, araba, americana, iraqena e italiana. Con il mio scarsissimo inglese mi lancio in un’analisi geopolitica convinto di essere a breve sbattuto fuori. La sfango. Mi rimproverano di non essermi presentato con una lettera ufficiale di presentazione (e come avrei potuto…) ma mi consegnano questo permesso sorridendo. Nel frattempo hanno fatto tutte le fotocopie possibili dei miei documenti.
Nell’altra università la trafila è stata molto più breve… con stupore di Samy che qui non è neanche iscritto.
Finalmente mi tuffo nel mare di studenti. Curioso dappertutto e il nostro accompagnatore (perché in entrambe le università mi hanno affibiato una specie di controllore appresso) ha un gran bel da fare a starmi dietro. Ma quando mi affaccio in un’aula in cui stanno facendo lezione e garbatamente ma con decisione lo sposto con la mano sinistra mentre con la destra scatto, ci rinuncia.
Per i corridoi, nei cortili, sulle scale, gli studenti mi guardano, mi osservano, mi studiano. Più che essere fotografati – cosa non gradita da tutti - vogliono parlare. Sento che quando passo iniziano a parlare in inglese, mi chiamano, magari con innocui sfottò. Hanno una gran voglia di comunicare con qualsiasi persona provenga dal di fuori di questa striscia di terra sigillata. Un ragazzo mi blocca proprio fisicamente, piazzandosi davanti a me, e che mi dice? Mi chiede qual è il quotidiano più importante nel mio paese, com’è la situazione dei media in Italia, cosa ne penso dell’informazione nel mondo arabo. Hanno un bisogno reale di ascoltare voci nuove. Sono sempre più convinto che questi giovani hanno tutte le carte in regola per lavorare al meglio per tirar fuori la Palestina dalla condizione attuale (Sharon permettendo…).
Le ragazze vedendomi hanno due reazioni: o si nascondono tirando ancor più giù il velo e abbassando lo sguardo accelerano il passo, oppure mi guardano dritto negli occhi, si danno di gomito e ridono tra loro. Di fotografarle non se ne parla proprio. Così, dopo un po’ che mi sono ambientato, non chiedo più loro il permesso e le immortalo comunque. Sono belle. Alcune bellissime. Saranno i veli e quei leggeri colpi di ombretto che esaltano l’intensità degli occhi. Probabilmente starò profanando una loro specie di morale, di ideologia, di ordine religioso… sono colpevole! Lo ammetto. Ma non posso farne a meno.
Samy, più tardi, mi dice che dai commenti ascoltati subito dopo che eravamo passati loro accanto, qui avrei un gran successo. Io ho già scelto facoltà e ragazza!
Michele




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29 aprile 2003


Requiem in moschea

GAZA – E’ stata una giornata di sangue nella striscia. Oltre alle due donne uccise stamattina mentre lavoravano nei campi, un uomo è stato colpito da un missile lanciato da un elicottero israeliano mentre era nella sua macchina per le vie di Khan Younis. Molto probabilmente si trattava di un esponente di Hamas o di Al-Aqsa. Samy mi racconta questo fatto come una delle tante cose che i suoi occhi sono abituati a vedere. Si tratta di esecuzioni in luogo pubblico, effettuate dal cielo, a cui si può assistere molto spesso nella striscia di Gaza. Mi avevano raccontato del terrore che prende le persone quando gli elicotteri iniziano a sorvolare il cielo. Bisogna saperli osservare, mi hanno detto: quando viaggiano va tutto bene, ma quando cominciano a librarsi statici nell’aria significa che stanno per scatenare l’inferno. E nel caso di errore, avvengono vere e proprie stragi, trattandosi sempre di centri cittadini dove la gente sta conducendo la vita di tutti i giorni.
Difficile cambiare discorso ma ci tento.
Ieri sono stato ospite di una famiglia in cui un figlio maschio aveva da poco annunciato il suo fidanzamento con una ragazza. Dal momento dell’annuncio ufficiale e per molto tempo a venire, tradizione vuole che a ogni ospite che entra nella casa del giovane venga regalata quella che noi definiremmo una “bomboniera”. Qui però la bomboniera è costituita da un quadretto che riporta versetti del Corano, oppure raffigura le moschee di Gerusalemme, de La Mecca e Medina. E poi una valanga di dolci. Il pensiero e’ andato subito a chi in Italia si sta preparando alle nozze... (vi penso!)
A proposito di moschee, oggi sono riuscito a visitare quella di Gaza. Dico che ci sono riuscito perché normalmente io, in quanto non musulmano e considerata la situazione qui a Gaza, non avrei avuto libero accesso a questo luogo di culto se non fosse stato per la mediazione con l’imam di uno dei combattenti di Betlemme bloccati qui da oltre un anno che ho conosciuto nei giorni scorsi. I 28 deportati a Gaza sono quasi delle celebrità in questa città. Oltre a essere stati accolti ufficialmente come eroi, l’autonomia palestinese ha provveduto a fornire a ciascuno di essi un appartamento e un mensile in denaro. Un po’ quello che succedeva nell’antica Grecia con i figli dei soldati morti in guerra. La moschea è davvero molto bella, con i suoi tappeti, un ampio cortile e tante volte. E' una delle più antiche in Palestina. La sua struttura, infatti, risale al 421, ancor prima dell’avvento di Maometto. Mi dicono che prima dell’islamizzazione veniva utilizzata per altri culti, ma, sono sincero, non ho capito quali. Sono ignorante in religione, non so come qui si preghi per i morti, ma ho dedicato un pensiero alle tre vittime di oggi.
E comunque è stata una visita che mi ha fatto molto piacere visto che non sono mai riuscito nemmeno a salire alla moschea di El-Aqsa di Gerusalemme. Dalla famosa passeggiata di Sharon sulla spianata del Duomo della Roccia - che ha poi scatenato l’inizio della seconda intifada – i soldati isrealiani ne precludono l’accesso a tutti i non musulmani. Questione di sicurezza, ti dicono intimando di allontanarti.
Sono appena tornato da una breve passeggiata notturna in solitaria per le vie di Gaza. Avevo una gran fame e mi son deciso a uscire. I marciapiedi di sera sono pressoché deserti, le persone in giro viaggiano tutte in macchina. In una salagiochi sull’angolo di un incrocio giocano a biliardo mentre Saddam e Arafat seguono l’evolversi dalla partita appiccicati alle pareti. Uscito dal locale dove mi sono acquistato un paio di falafel, arrivano dei giornalisti, mi sembra danesi. Scendono da un fuoristrada Mercedes tutto iperblindato – molto simile alle camionette dei soldati israeliani – con scritte molto grandi TV e PRESS incollate su ogni lato della carrozzeria. Me ne vado a piedi con la mia cena dentro un sacchetto…
Michele

 

Grazie a Gianna inserisco questa foto. Ritrae dei bimbi tra le rovine di una moschea di un campo profughi nella striscia di Gaza.




permalink | inviato da il 29/4/2003 alle 22:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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